Social Media

December 20, 2011 at 11:50 pm

Alle origini del “broadcast yourself”.

Sembra che la normale evoluzione delle risorse offerte dalla rete, che in Italia si muove con qualche anno di ritardo rispetto ai paesi da dove tutto è partito, stia generando malumore nelle persone che vedevano in questi mezzi un’alternativa all’intrattenimento televisivo.

Il principale protagonista delle polemiche di questi ultimi giorni è chiaramente YouTube. Per quanto cerchi di farne a meno, essendo uno strumento che adoro, non riesco ad evitare di difendere la positività della sua natura.

Da spettatore del tutto passivo, mi sono esposto alla visione del video lancio di WeTube e sono rimasto davvero incuriosito dalla reazione anomala che molti utenti hanno avuto nei confronti di personalità che abitualmente creano contenuti di successo.

Ho quindi approfondito la mia analisi ascoltando il parere di protagonisti del web come Cmdrp, SisterRisver85 e altri che ne hanno parlato in video o blog vari.

Escludendo gli inutili attacchi del tipo “ma chi vi credete di essere per insegnare a qualcuno come si fanno i video?” che mi sembrano immaturi sotto molti punti di vista (ma questo meriterebbe un discorso a parte), da un breve riassunto dell’opinione generale espressa nei commenti, viene fuori che YouTube sia diventato il fratello scemo della TV.

Dal mio punto di vista, sia l’evoluzione di YouTube che le polemiche che ne conseguono, nascono inevitabilmente dall’educazione che la TV ci ha impartito negli anni. Per quanto ognuno possa dichiararsi stanco di determinati format e si rifugi nel web per cercare altro e, sebbene il passare degli anni stia facendo in modo che i nativi digitali siano sempre di più, il nostro imprinting televisivo sembra avere ancora la meglio.

Prendendo in considerazione il panorama web internazionale, nonostante i progetti di natura web siano innumerevoli, è facile riscontrare che i prodotti che riscuotono più successo siano comunque quelli di stampo televisivo. A conferma di questa ipotesi, proprio oggi, YouTube ha pubblicato la classifica dei 10 video più visti del 2011.

Se questo potesse bastare a descrivere le dinamiche del web, il mio discorso potrebbe concludersi affermando che l’unica differenza tra web e TV stia nei mezzi e nel budget a disposizione dei produttori di contenuti.

A conseguenza del fatto che l’utente medio tenda, seppur inconsciamente, a preferire dei contenuti più televisivi, ci sono gli investimenti di inserzionisti pubblicitari che, prestando esclusiva attenzione ai numeri, contribuiscono alla realizzazione di ulteriore materiale “commerciale”.

Fin qui, tutto sembra normale, se non fosse che, questa volta, l’educazione televisiva genera feedback negativi che sembrano somigliare a quelli che è possibile ascoltare nei talk show di prima serata.

Sicuramente non è questo ciò che un’azienda spera di ottenere quando decide di investire dei soldi in pubblicità su YouTube. E, a quanto pare, questo tipo di format non corrisponde a quello che il popolo del web vuole vedere.

A questo punto della storia, a difesa del web, che non vuole essere il fratello scemo della TV, c’è l’idea alla base di YouTube stesso che sembra esser stata dimenticata.

Broadcast Yourself.

Lo slogan originario descrive perfettamente le potenzialità che, venendo spesso dimenticate, garantiscono il mantenimento dello status quo.

Per chi non lo conoscesse, a simboleggiare la potente ingenuità della natura di YouTube c’è il primo video caricato sulla piattaforma nel lontano 2005 da uno dei fondatori.

Perchè la differenza tra web e TV, per fortuna, c’è.

C’è sempre più polemica e critica nei confronti dei palinsesti televisivi. Perchè la scelta in TV è scarsa. O si guarda quello che c’è, o niente. Per questo motivo, format tanto criticati come il Grande Fratello, fanno ancora record di ascolti e vengono prodotti per undici anni di seguito.

Su internet non ci sarebbe bisogno di far polemica perchè la scelta c’è. Ogni minuto su YouTube vengono caricate più di 48 ore di filmati. La scelta è vastissima. Se una cosa non piace non si è obbligati a guardarla e a criticarla, come si fa in TV.

In più, e questo è il cuore del mio discorso, se qualcosa non è di nostro gradimento, possiamo cambiarla.

Broadcast yourself.

Possiamo creare quello che vogliamo e, data l’infinita varietà di utenti nel mondo, ogni progetto, ogni idea avrà sempre un pubblico. Basta impegnarsi per raggiungerlo. Se un giorno quel pubblico dovesse crescere di dimensioni, quell’idea potrebbe finire per cambiare tante cose. Magari anche la TV.

Broadcast Yourself.

Perchè l’utente di internet è attivo. Quello televisivo no. Per citare Seth Godin “If you don’t like something, change it. Go! Make something happen. Now.”

Concludo con una frase di Steve Jobs che pronunciò in una vecchia intervista “Tutto quello che vedete intorno a voi, quello che definite vita, è stato realizzato da persone che non sono più intelligenti di voi. Voi potete cambiarlo, potete influenzarlo, potete costruire le vostre cose che altre persone potranno utilizzare.”

  • Lemmings_9001

    Che ammasso di stronzate

  • http://twitter.com/IlvasodiPandave Il vaso di Pandave

    E qui scatta l’applauso.
    Quoto ogni singola parola, cacchio. Ma è così difficile capirlo?!

    Qui (nel tubo, intendo) non esistono più i classici problemi da palinsesto: quella c*g*t* dell’Isola dei Famosi (faccio per dire) non ruba più il tempo di quel bel programma che avrei voluto vedere al suo posto.

    E allora, di cosa ci lamentiamo? Basta un click! :)

  • http://blog.riccardoonorato.com Riccardo Fasti

    In verità anche in TV non c’è l’obbligo di guardare perchè c’è il telecomando.  Ossia anche in TV la scelta c’è. La differenza sta solo nell’idea di palinsesto, che con YouTube non esiste perchè io posso guardare quello che voglio quando voglio, in TV (nonostante l’adattamento con le TV on demand, che comunque restano a pagamento) se voglio guardare un programma decente devo star sveglio da mezzanotte in poi.

    Sull’idea della “polemica” non concordo. Prima di tutto perchè la potenzialità del Web 2.0 (ormai arrivato a 3.0) è proprio il fatto di poter far sentire la propria voce, cioè che si basi tutto sulla condivisione di opinioni. In TV se a me non piace un programma posso dirlo allo schermo quanto voglio ma nessuno mi sente. Su YouTube non è così.
    L’idea di non criticare (per via di questa storia del “non obbligo” di guardare e commentare) i video che non piacciono significa creare una situazione iniqua, in cui sembra che tutto vada per il meglio quando forse non è propriamente così. Ma escludendo certe tipologie di commenti non lo si capirà mai e sarà tutto falsificato.

    Il problema è solo la natura del commento, non la critica di per sè. Questo perchè non si può condannare ad una persona il fatto di essere curioso, e quindi di vedersi tutti i filmati che ci sono e quindi, di conseguenza, avere un’opinione su di esso (perchè tutti hanno un’opinione su qualcosa, altrimenti come può scegliere? Si sceglie proprio in funzione dell’opinione che uno ha su una cosa, altrimenti non si sceglierebbe!). Tra l’altro a mio parere è anche un comportamento molto chiuso, a livello mentale, perchè sicuramente sarà capitato a tutti nella vita di scoprire qualcosa che piaceva proprio andando a scovare in quelle cose che non immaginasse di guardare. Quindi il non obbligo di guardare e conseguentemente criticare qualcosa secondo me non ha molto senso: nessuno obbliga, ma al contempo nessuno vieta di farlo. E nè l’uno nè l’altro comportamento ha un’accezione negativa.

    Infine, rispetto alla famosa frase “broadcast yourself”, non credo sia compito dello spettatore (in questo caso del visitatore) cambiare il mezzo, perchè lo spettatore (a meno che non abbia le competenze) non è autore, sceneggiatore, regista, non è insomma una persona esperta del mezzo. Quindi, per quanto oggi lo spettatore sia attivo e può dire la sua in fatto di GUSTO, non può cambiare le cose a livello proprio TECNICO perchè non ne è in grado (a meno che non ne abbia le competenze). Quindi è compito di chi realizza essere onesti, essere delle persone preparate, essere delle persone che credono nella qualità e cercare loro di realizzare qualcosa di qualità, perchè lo spettatore non ha i mezzi per dire cosa è di qualità (ripeto, a meno che non ne abbia le competenze) ma si basa solo sul gusto.
    Aspettarsi che sia lo spettatore a fare la “controproposta” solo perchè YouTube lo permette è come l’idea di rifare ul naso da soli: se in un futuro potessimo prenotare da soli una sala operatoria, potremmo comprarci gli strumenti adatti a pochi euro (un po’ come capita oggi con le reflex) rifaremmo ad un nostro amico o parente un naso nuovo senza averne le competenze?

    • http://twitter.com/cinquenove Ernesto Cinquenove

      Ciao Riccardo e grazie per il tuo feedback.
      Mi dispiace che, per alcuni, sia venuta fuori una mia apparente avversione alla libertà di esprimere una propria opinione.In effetti, rileggendo, noto che alcune frasi possano essere interpretate cosi.Quando parlo di polemica da talk show di prima serata, mi riferisco a quella di bassa qualità, quella che non propone soluzioni o esecuzioni alternative. Quella che si limita al rumore.Sono d’accordo sull’abitudine a guardare video soltanto per curiosità e che quella curiosità possa portarci a scoprire interessi latenti. Sono il primo a farlo e sto sviluppando un intero progetto intorno a questo concetto. Non sono d’accordo sulla tua visione di “controproposta” perchè, proprio per il fatto che oggi la tecnologia base è a disposizione di tutti (e qui la reflex capita a pennello) e che per la produzione di contenuti non è prevista una soglia minima di qualità (a differenza di quello che avviene in una sala operatoria), tutti quelli che ne hanno tempo e voglia possono provare a proporre varianti. Non è detto che la nostra variante debba essere quella funzionale, ma potrebbe servire a qualcun altro per sviluppare qualcosa di ancora migliore e cosi via… Sfruttando YouTube per quello che può offrire.  Riallacciandomi a un post sullo stesso argomento (quello di ShooterHatesYou https://www.facebook.com/note.php?note_id=284917474877826 ) questa distinzione tra produttore e consumatore non esiste su YouTube. Siamo tutti produttori. A mio avviso, la distinzione va fatta tra produttori attivi e produttori inattivi.Il mio non voleva essere un tentativo di mettere a tacere le polemiche, piuttosto un incentivo all’azione. 

      • http://blog.riccardoonorato.com Riccardo Fasti

        Riguardo la “controproposta”, penso che il problema sia proprio quello: non è vero che non esiste una soglia minima di qualità SE si porta avanti un progetto che non sia amatoriale. Ho fatto l’esempio dell’operazione al naso perchè quella non può essere una cosa di natura amatoriale ma obbligatoriamente professionale visto che ci va di mezzo la salute. Ma siccome, quando si tratta di “professioni artistiche”, molti mettono da parte la professionalità anche in progetti professionali perchè alla fine “non è che si fa male qualcuno”, questo a mio parere è l’errore in cui si incappa.

        So che YouTube è nato come piattaforma non di natura professionale ma amatoriale, però nel tempo si è evoluto e oggi contiene sia progetti amatoriali che professionali, e nel momento in cui si crea un progetto non di natura amatoriale si presuppone un minino di professionalità.
        Ti faccio l’esempio nel mio campo: io sono un grafico, laureato e con un po’ di esperienza, e la tecnologia ha permesso di far lavorare tanti con i programmi di grafica. Ma fin quando uno smanettone fa delle cose per sè non c’è qualcosa di negativo, ma quando uno smanettone crea un logo per, che ne so, per TIM (un’azienda a caso :P), una brochure, fa un manifesto che va per le strade, in quel caso la soglia minima di qualità è d’obbligo perchè il progetto non è più di natura amatoriale.

        Quindi il problema non è la distinzione tra produttore e consumatore. Anche se coincidono, uno può avere competenza da produttore (per un ambito) ma non averne come consumatore (rispetto ad un altro ambito). E viceversa. Di certo però un consumatore non è tenuto ad avere competenza di giudizio perchè esprime un suo parere di gusto, il produttore invece no se decide di partecipare o creare un progetto di natura professionale. E quindi, nel caso in cui si crea un progetto di natura non amatoriale, la competenza è d’obbligo. N

        Capisco il tuo voler incentivare all’azione, ma è inutile incentivarla se la gente vuole creare progetti di natura professionale e non averne competenza.

        • Giannini Gian Piero

          Il tuo discorso filerebbe pure, o meglio, nel caso di un team di grafici che lavorano per un committente è valido.
           Tuttavia nella fattispecie di questo discorso il processo è inverso: su youtube puoi postare ciò che vuoi senza l’esigenza di rispondere ad alcun requisito di alcun genere se non alla propria idea.
           Da qui ritorniamo al concetto di Ernesto “Broadcast yourself” che a mio avviso spiega proprio tutto.  Saranno i potenziali investitori a giudicare se il mio filmato ha qualche interesse commerciale stabilendo loro quali competenze occorrano (anche perchè non è definibile a priori il know-how che occorra salvo quello relativo alle tecnologie di cui su)).
           Quindi la libertà di espressione, esaltata da Youtube e da tutto il web non deve avere ostacoli o schemi da seguire fondamentalmente perchè è totalmente fine al soddisfacimento dell’ individuale voglia di manifestarsi che ognuno può avvertire e a cui ognuno può rispondere con un proprio video in questo caso.Infine, seguendo il tuo discorso, che per alcuni aspetti condivido a pieno e che magari nel mondo del lavoro è calzante, occorrerebbe una qualifica per caricare video, contraddicendo l’idea di chi You Tube lo ha creato…

          • http://blog.riccardoonorato.com Riccardo Fasti

            Il tuo discorso ha senso però tu parli di “senza esigenza di rispondere ad alcun requisito di alcun genere”. Ed è questo secondo me che non ha senso perchè invece c’è un requisito che bisogna rispettare ed è la natura “dell’idea”, ossia del progetto che si va ad affrontare. Se è esso è di natura professionale lì bisogna rispondere a dei requisiti ed uno di questi è l’avere competenza in merito. Se invece si vuole postare un video amatoriale perchè si vuole passare del tempo parlando di un argomento allora lì non c’è bisogno di rispondere ad alcun requisito, sebbene, anche in quel caso, non ci si può sporcare la bocca con argomenti “tecnici” quando non si è in grado (ma questa è una questione di decenza della persona, nel caso di progetti professionali invece è una questione meritocratica!)

            Il tuo discorso del “broadcast yourself” interpretato nella chiave libertina secondo me evidenzia più un’anarchia che la libertà. Libertà non vuol dire che ognuno fa il cavolo che gli pare. Libertà non vuol dire che solo perchè ho i mezzi (o posso arrivare a possederli facilmente) allora posso tutto. Una grande libertà d’espressione non vuol dire che domani mi sveglio e solo perchè posso comprarmi un bisturi posso operare chi mi pare e diventare un chirurgo. Questo purtroppo è quello che si riscontra: con l’idea della soddisfazione della voglia di manifestarsi ci si dimentica che la voglia di manifestarsi esiste, come tutto, in forma “dilettante” e in forma “professionale” (teatro greco, blablabla, ecc).

            Ed è forse questo il punto su cui mi trovo in disaccordo: io ho in mente una doppia realtà di Youtube. AMATORIALE e PROFESSIONALE. Perchè mi meraviglia che tu dica che il ragionamento delle qualifiche contraddica l’idea di chi ha creato YouTube, ma allora scusa non ti sei accorto che YouTube s’è già contraddetto? Non hai notato che “l’idea di chi YouTube l’ha creato” si è GIA’ modificata? Se all’inizio YouTube è nato come sharing di video amatoriali, non hai notato che oggi non è SOLO questo? Oggi (soprattutto se guardi all’estero, qui in Italia poco) non vengono fatti progetti professionali appositamente da caricare su YouTube? Spot, web-series, cartoni animati? YouTube prima aveva aziende finanziatrici, promotori, sponsor con banner o (oggi) minuti di pubblicità ad inizio video? Quindi esiste tutto un ambito che YouTube ha inglobato (il “professionismo”) e che, di conseguenza, ammette una serie di requisiti che non sono scritti, ma che sono d’obbligo perchè il mondo del lavoro è entrato in YouTube. E se condividi a pieno alcuni aspetti che trovi calzante per il mondo del lavoro dovresti capire come sono applicabili per YouTube considerando che non è SOLO amatoriale oggi ma è anche un ambito lavorativo.

          • Giannini Gian Piero

            Be’ resto dell’idea che essendo il mondo del lavoro ad essersi avvicinato a Youtube non è quest’ultimo che ha cambiato direzione… Comunque la divisione in due aree funzionali mi piace e messa così la tua idea è ancora più coerente soltanto che, credo, sia piuttosto una personale rappresentazione di ciò che accade (è innegabile che al Tubo si avvicinino molti soggetti solo per fini commerciali). Ad ogni modo vista l’importanza del mezzo è del tutto condivisibile una riflessione come la tua solo che ci pone difronte una domanda ancora più generale e dalla risposta davvero impossibile (se non del tutto personale): Dove finisce la libertà di esprimersi(che di certo non pone limiti alla libertà altrui mai e in nessun caso essendo la stessa libertà di espressione un bene pubblico) ? O meglio, esiste un momento in cui io posso ritenere che l’esprimersi di un soggetto arreca un danno?

          • http://blog.riccardoonorato.com Riccardo Fasti

            Il concetto di lavoro resta sempre uguale, non cambia in base al mezzo. E’ il mezzo che si adatta al lavoro. Infatti oggi i video virali più cliccati non sono quelli di naturale amatoriale ma quelli di naturale professionale (il primo di quest’anno è quello di Star Wars della Wolksvagen). Non è stata quindi la Wolksvagen (lavoro) ad adattarsi a YouTube (fare video amatoriali). E’ stata YouTube ad adattarsi al mondo del lavoro accettando quella tipologia di video e permettendo di diffonderla attraverso una spinta dovuta a pagamenti dell’azienda, ecc ecc. Quindi che la mia sia una rappresentazione personale mi sembra alquanto improbabile. Non è che mi sono inventato qualcosa: è sotto gli occhi di tutti che esistono aziende che sponsorizzano YouTube o YouTuber, che c’è una larga diffusione su YouTube di trailer, spot, web-series che sono realizzate, create e viralizzate da aziende professionali o liberi professionisti , e non dal singolo utente che lo fa per hobby. Penso le abbia viste anche tu.Infatti è proprio questa secondo me la distinzione che permette “la fine della libertà di esprimersi”: la professionalità. Se io porto avanti un progetto per hobby è un conto e mi confronto con un tipo di realtà appunto amatoriale, se io porto avanti un progetto per professione è un altro e io mi confronto con un tipo di realtà appunto professionale. Il danno avviene quando le due cose si mescolano e quindi la persona senza competenze lavora nel mondo del professionismo. E lì che si deve essere in grado di fare un passo indietro sia da parte della persona “che sta facendo del suo dilettantismo una professione” (ma mi rendo conto che questo è difficile perchè in pochi hanno una tale onestà verso se stessi .. c’è del denaro in mezzo) ma soprattutto da parte di chi sta permettendo che il dilettante faccia una professione. Questo passo indietro corrisponde quindi alla limitazione della libertà di esprimersi, che può comunque sempre avvenire ma appunto in un campo diverso come quello amatoriale.